sabato 15 febbraio 2025 rinviata al 1 marzo 2025
E – Cineto Romano e le Cascate di Rioscuro
L’escursione alle cascate del Rioscuro si sarebbe dovuta effettuare lo scorso anno, poi è stata rinviata a causa del maltempo e anche quest’anno si è rischiato che saltasse, tanto che Giuseppe, la nostra guida, aveva annunciato che quella del 1° marzo sarebbe stata l’ultima chiamata. Per fortuna è andata bene e l’escursione si è fatta con la partecipazione di circa 20 partecipanti. Mica poco eh!
Il tempo non sembrava venirci incontro, a Roma pioveva, il cielo era grigetto, ma a Cineto Romano non aveva piovuto nei giorni immediatamente precedenti e quindi il percorso non era scivoloso.
Bene, si parte puntualmente dopo il caffè di rito del mattino al Bar Giuseppe (non ci sarà mica un conflitto di interesse, eh?). La presidente, coguida insieme al coniuge, ci lascia dopo un piccolo percorso iniziale a causa di un problema ad una gamba, ci aspetterà con un libro in mano. Le indicazioni sono chiare, d’altra parte il percorso è inserito nella rete del sentiero Coleman (pittore del naturalismo romano) e si comincia a percorrere il primo tratto a fianco al paese per poi inoltrarci nel sentiero che costeggia il torrente Rioscuro, ma prima ancora di iniziare il vero e proprio sentiero Giuseppe ci mostra la prima chicca: un monumento alle lavandaie vicino al fontanile del paese dove le donne andavano a lavare la biancheria. Siamo più abituati a statue che rappresentano personaggi
famosi, guerrieri, re o, raramente, regine, santi, eroi, sarà per questo che siamo grati che qualcuno abbia pensato di ricordare chi svolgeva un mestiere così semplice ed essenziale, così faticoso. A questo punto ci inoltriamo fra sali e scendi, fra boschetti e cespugli accompagnati dal rumore dell’acqua che scorre a balzi piccoli e meno piccoli creando salti e cascatelle, cascate vere e proprie, in un ambiente umido con formazioni di travertino e con la presenza del gambero di fiume (Austropotamibius pallipes), che indica l’integrità dell’ecosistema e della Salamandrina dagli
occhiali (Salamandrina perspicillata). Del travertino e delle specie acquatiche ho saputo da Wikipedia (so tutto io, dice un mio amico), in realtà noi non abbiamo visto né il gambero di fiume né la salamandrina, però ci fidiamo, magari non era la stagione giusta. Ad un certo punto arriviamo
ad una roccia dove pare ci sia l’impronta della mano di Sant’Agata: seconda chicca, ma noi non riusciamo a vederla. Sarà forse perché siamo un pochino miscredenti?
Le nostre camminate non sono mai silenziose perciò, oltre al piacevole rumore dell’acqua che scorre e che precipita da un dislivello all’altro, c’è anche il piacevole chiacchiericcio provocato dai nostri discorsi, come si fa tra amici vecchi e nuovi. Per me c’erano anche tanti volti nuovi tra i camminatori: gente del sud e gente del nord, siciliani e piemontesi: abbiamo fatto l’unità d’Italia. È andato tutto bene? In effetti sì nonostante qualche scivolata, qualche culata, ma nei passaggi più impervi, come sempre ci si dà una mano, si tende una corda. Attraversiamo un paio di ponticelli di legno e continuiamo a salire e scendere fin quando è possibile, cioè fino alla fine del sentiero e poi torniamo indietro fino ad un bivio che indica la Cascata grande, lì ci dividiamo in due gruppi, una parte di noi ripercorre il sentiero fatto poco prima mentre altri, impavidi, si avventurano verso la suddetta cascata, il percorso è più ripido, ma ne vale la pena, dicono coloro che hanno vissuto l’avventura, anzi Massimo ha detto che si è sentito un po’ Indiana Jones. Gli piacerebbe! Una volta
riuniti i due gruppi e fatta la colazione di metà mattinata, quella che io chiamo “la ricreazione” da vecchia professoressa, facciamo l’ultima parte del percorso e giungiamo al paese. Non è durato molto questo trekking, penso, ed infatti mica era finito. Ci attendeva il percorso ad anello che,
partendo sempre dal paese, ci ha portato ad un vecchio mulino utilizzato per la spremitura delle olive e lì, davanti ad un cartello esplicativo, Lamberto si è profuso in spiegazioni ancora più tecniche per spiegare il movimento che serviva per far funzionare il mulino. Proprio sulla pietra che un tempo era utilizzata per macinare noi abbiamo macinato il nostro pranzo. Ci dirigiamo, infine, verso il paese, grati di non aver preso neanche una goccia d’acqua anche se questa arriva leggera quando percorriamo gli ultimissimi metri che ci separano dal caffè. Ci ricongiungiamo con Patrizia e chiacchieriamo con la barista polacca. L’escursione prevedeva una visita guidata al Museo Antiquarium, purtroppo l’idea di attendere la guida fino alle 16:00 non ci allettava troppo, così sotto la pioggia che iniziava ad essere più insistente ci siamo salutati per rivederci alla prossima uscita.
L’idea del titolo di questo strampalato resoconto, a onor del vero, non è mia, ma di Antonietta. Ad ognuno i suoi meriti.
Caterina
Grazie per il simpatico racconto: leggo con interesse le vostre avventure; con un po’ di nostalgia