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In gita a Montesacro

Redazione

lbaldini


domenica 26 gennaio 2025
T – Tra mammut e microspie. Trek urbano a Montesacro


La giornata inizia sotto una buona stella: abituati a fare a piedi gli ottocento metri verso la metro, dobbiamo affrettarci alla fermata perché il 762, questo sconosciuto, è in arrivo. Scendiamo a Conca d’Oro e il 351, che fa tre passaggi all’ora, arriva subito. E così arriviamo fra i primi, non senza essere passati col bus per una stretta stradina, che è nientemeno che Via Nomentana (!). Pino ci offre un ottimo caffè in un baretto piccolo e pulito, che certo non si aspettava tutti questi avventori di domenica mattina presto.
Siamo un gruppone! Più di trenta, che invadiamo le viuzze del quartiere antico, spesso e volentieri distraendoci e sparpagliandoci “come branco di pecore pascenti”, che innervosiscono i rari automobilisti.
Per me, che sono di Roma Sud, Montesacro è una sorpresa totale: avevo una vaga conoscenza dei palazzoni di edilizia degli anni ’50 e ‘60 e la mia esperienza di Via Nomentana era lo stradone a diciotto corsie, con tanto di complanari e ciclabile, sul quale raramente mi sono spinta oltre Villa Torlonia.
Invece, grazie a Luciano, che ha ritagliato per noi un itinerario studiato dal Comune, scopro il vecchio quartiere di Montesacro, fatto di continui ma lievi saliscendi e di una miriade di villini d’epoca: la “città giardino” costruita a partire dagli Anni Venti, che in taluni scorci, come la suggestiva Piazza Sempione, mi ricorda la Garbatella. Qui di sera impazza la movida e probabilmente la gentrificazione è dietro l’angolo.
Luciano, ancora lui, mi ha fatto credito di essere io la persona adatta per redigere il resoconto dell’uscita. Beh, stavolta proprio no. Distratta dall’incontro con tanti amici che non vedevo da tempo – in particolare, mi ha fatto immenso piacere intrattenermi con Laura B. -, mi sono attardata in fondo al molto diluito gruppo a chiacchierare, come i discoli dell’ultimo banco.
Perciò, sono in grado di riferire solo in maniera disordinata e incompleta le spiegazioni ricevute. A mia discolpa posso solo dire, Vostro Onore, che Luciano, sempre lui, ha sistematicamente scelto i posti più trafficati e rumorosi (incroci, semafori) per illustrarci la storia e la geografia (ma non la geostoria, per carità) del quartiere. Inoltre, c’era il vento, Vostro Onore, e talvolta mi trovavo sottovento, talaltra sopravento (siete sicuri di non confondere anche voi come me il significato dei due termini?), cosicché le parole un po’ si disperdevano.
Dunque, in ordine sparso.
Siamo saliti sul Monte Sacro, dove si ritirò la plebe nel 494 a. C. (e dire che sul sussidiario delle elementari c’era scritto “Aventino”! e questi sono i danni non dell’insegnamento della geostoria ma della storia tradizionale) e dove Simon Bolivar si esaltò per la libertà dei popoli sudamericani. E dove più recentemente atti di vandalismo hanno colpito un luogo così simbolico, pare per una mal indirizzata forma di contestazione verso il venezuelano Maduro.
Abbiamo visto il presunto mausoleo di Menenio Agrippa e un altro vicino ad esso, incluso nella proprietà di un carburatorista.
Siamo passati sul suggestivo Ponte Nomentano, che è un tratto di Via Nomentana, oggi solo pedonale, e sul quale, secondo la tradizione, s’incontrarono Leone III e Carlo Magno.
Abbiamo visto un palazzo dove ha abitato Rino Gaetano e l’edicola al cui giornalaio il cantautore affidava le chiavi della macchina da parcheggiare.
Ci siamo soffermati presso il villino che ospitò a lungo l’amore “irregolare” di Togliatti e Iotti, malvisto dal Pci non meno che da tutti gli altri, al punto che la dimora fu disseminata di microspie dal Partito, che sospettava dei rapporti intrattenuti dalla onorevole con ambienti vaticani.
A un certo punto Luciano ci ha parlato anche del ritrovamento in zona di crani di uomo di Neanderthal e di ossa di remoti pachidermi.
E ci ha illustrato storie di Resistenza, cui gli abitanti del quartiere diedero il loro contributo. E più recenti vicende terribili, come quella di Valerio Verbano.
Ci ha anche raccontato di un illustre abitante del quartiere, il marziano Ennio Flaiano, alcuni cui aforismi ricorrono sulle scalinate della zona.
È a questo punto che Luciano scompare, e Massimo con lui, allarmando il gruppo: «dove sarà? dove non sarà?»; «si sarà sentito male?»; «proviamo a chiamarlo al telefonino!». Nella galleria fotografica dell’escursione non manca una foto che documenta il nostro sgomento. Tutto si chiarirà nel modo più semplice: approfittando del passo – non lento … deppiù! – degli escursionisti, hanno fatta rapida tappa al più vicino bar.
C’è stata poi una coppia che appariva e scompariva di continuo: Gualtiero e Livia, che, come certi maratoneti furbetti, ricorrevano a scorciatoie ben studiate e ce li ritrovavamo sempre più avanti di noi.
Abbiamo pure coperto dei tratti campestri ma non saprei riportarvi i nomi dei relativi parchi e giardini; uno sarà stato il Parco delle Valli …
Lento pede raggiungiamo la sede di Arché, la fondazione che si occupa principalmente di madri sole in stato di difficoltà. La conosciamo da tempo, anche perché la nostra beneamata Presidente partecipa da volontaria alle sue iniziative. Iniziative che ci verranno illustrate dalla soave Lavinia, operatrice sociale della fondazione, che cala da noi a metà banchetto (vedi sotto), più rinfrescante di un sorbetto al limone. Oggi ci ospitano per l’assemblea annuale e, soprattutto, ci mettono a disposizione un accogliente locale per il consueto pranzo autogestito. E qui mi ricordo perfettamente: per cominciare, patatine, salatini e olive per intrattenerci in attesa del primo piatto e che non ci hanno guastato l’appetito; come entrée una tiepida vellutata di verdure con crostini, delicata e saporita a un tempo; a seguire, lasagna al forno con verdure, calibratissima; poi pollo in umido (si dirà così?) con fette d’arancia, tenero e profumato; del girello non so dirvi perché non l’ho assaggiato ma l’aspetto era invitante; frittate varie ufficialmente per i vegetariani ma gradite da tutti, che ne abbiamo lodato i diversi artefici; insalata verde con arance e noci, un classico dei nostri pranzi targati Lucilla, ma anche sottilissime melanzane grigliate e peperoni arrostiti (ma quanto hanno lavorato in cucina ‘sti e ‘ste pazienti chef?). Credete forse che scarseggiassero i dolci: jamais! Due panettoni al cioccolato, scampati alle orge natalizie; i deliziosi dolcetti alle mandorle preparati dalla Presidente; e, soprattutto, la torta profumata all’arancia confezionata a quattro mani dalle sorelle Anna e Antonietta per festeggiare i novant’anni del nostro Gualtiero, omaggiato anche di un berretto griffato “Arcoiris”. Come dite? Mancava la frutta? Ormai dovreste saperlo che, pur se essa è alla base della piramide alimentare, Lucilla la ignora ostentatamente! E, del resto, a dirla tutta, anche se la frutta fosse stata presente, non c’era più spazio negli stomaci dei commensali.
Grazie a quanti hanno contribuito alla preparazione di questo pranzo! Lucilla, che anche stavolta non ha partecipato alla camminata per allestire tutto per bene, è la consueta instancabile regista, ma tanti sono stati i collaboratori, come Massimo, con la sua superba frittata di patate, o Silvia, con l’abituale squisito hummus, e mi perdoneranno gli altri splendidi cuochi e pasticceri che non ricordo: nelle vostre vivande (bella l’etimologia, eh?) si percepiva la generosità di tempo e fatica. Grazie davvero (come direbbe Fazio)!
Concluso il convivio (ma quant’è bella anche questa etimologia, eh, caro Gualtiero e cari tutti?), siamo passati alle cose serie. E, poiché siamo persone serie, diversamente da quelle che ci sfiancano nelle assemblee condominiali, approviamo in un baleno il bilancio consuntivo e quello preventivo. Ci viene preannunciato che il prossimo anno si dovranno rinnovare anche le cariche sociali. Quel tesoro di tesoriera di Marina C. reclama giustamente un cambio, anche alla luce delle nuove norme sul terzo settore che complicano la vita al volontariato, manco si trattasse di big companies. Quanto a Patrizia, se ne faccia una ragione: non avremo un’altra Presidente all’infuori di lei!
Illustrate dalle proponenti le due candidature per il Premio Nadia Pietrini 2025, l’assemblea quasi all’unanimità delibera di dividere la somma fra le due associazioni, una dedicata alla promozione dell’istruzione in alcuni paesi africani e l’altra alla tutela ambientale e, attraverso di essa, all’integrazione di disabili e stranieri non UE.
Da ultimo, viene presentato il ricco calendario delle uscite dell’anno e si dà inizio al tesseramento 2025 (a questo link il modulo per l’iscrizione).
Ecco, mi sembra di aver raccontato tutto.
A proposito, l’ho detto che c’era anche la macchinetta per il caffè espresso?
Marina M.

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